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I MILLE VOLTI DI SAN DOMENICO

Rivolta verso il Mar Grande di Taranto, la chiesa di San Domenico spicca tra gli antichi palazzi per dare il primo saluto ai diportisti del Borgo Antico.

La chiesa, dallo stilo romanico, possiede una pianta a croce latina, con una navata centrale ed una navata a sinistra, da cui si sviluppano quattro cappelle laterali. In realtà, la sua architettura risente di un secolare processo di stratificazione: le fondamenta poggiano infatti sui resti di un tempio greco risalente al VI sec. a.C., tutt’ora visibili attraverso dieci botole aperte sul pavimento; su quei resti venne poi edificata nel corso dell’XI secolo la chiesa di San Pietro Imperiale.

Solo nel 1302 la chiesa cominciò ad assumere l’aspetto così familiare ai tarantini di oggi: quando il feudatario franco-provenzale Giovanni Taurisano, giunto in città al seguito di Carlo II d’Angiò, ne commissionò il rifacimento, come testimoniato da un’iscrizione in latino sullo stemma del portale di ingresso. I padri domenicani vi si insediarono subito dopo, e nel 1349 la chiesa venne finalmente consacrata a San Domenico di Guzmán.
Quei caratteri stilistici tipicamente trecenteschi sono ancora intatti sulla facciata: il portale ogivale, o a sesto acuto, con la sua struttura ad arco appuntita nella sommità. Ma soprattutto lo splendido rosone: classificato come uno dei più importanti esemplari di arte pugliese, spicca per bellezza e grandezza nell’elenco dei «Rosoni di Puglia», candidati a diventare Patrimonio mondiale Unesco.

Il rosone rivela nei suoi dettagli l’appartenenza ad un periodo di transizione tra l’arte romanico-pugliese, caratterizzata da elementi greco-italici e romani, e l’irrompente stile gotico. Di ispirazione classica, ad esempio, vi è sicuramente l’alternanza di archi e anelli lungo la circonferenza del rosone. Il nuovo spirito gotico si rivela invece nelle colonnine pensili laterali, non più dal fusto liscio a sezione circolare, ma decorato con scanalature profonde disposte a spirale.

Al di sopra delle colonnine, tra i capitelli e le imposte dell’arco, sono incastrati due leoni rivolti l’uno verso l’altro. Al centro del rosone è raffigurato l’Agnello, di evidente richiamo cristologico; appena sopra, invece, lo stemma di casa d’Angiò a rilievo sulla facciata, ad indicare proprio l’investitura feudale dei Taurisano.

Delle numerose ristrutturazioni, una delle più significative è infine quella del XVIII secolo, che portò all’aggiunta della scalinata a due rampe di stampo barocco: necessaria per l’accesso alla chiesa dopo la creazione del Pendio San Domenico, che collega Via Duomo alla parte bassa dell’isola.

Eppure, per i tarantini la chiesa di San Domenico è molto più di un semplice edificio storico: il forte legame scritto nel DNA della città ha profonde radici popolari, che vedono la chiesa protagonista dei Riti della Settimana Santa. San Domenico ospita infatti la statua della Vergine Addolorata che, allo scoccare della mezzanotte di ogni Giovedì Santo, esce per le strade del borgo alla ricerca di Gesù, in una lunghissima processione che la riaccompagna poi nella sua storica cappella nelle prime ore del pomeriggio del Venerdì Santo.

LE COLOSSALI SUPERSTITI TARANTINE:
LE COLONNE DORICHE

Situate in Piazza Castello, in Città Vecchia, accolgono chi oltrepassa il Ponte Girevole per raccontare una storia secolare: le Colonne Doriche di Taranto rappresentano infatti il più antico luogo di culto della Magna Grecia. Sopravvissute alla storia, le due colonne costituiscono in realtà i resti di un antico tempio dorico, edificato nella prima metà del VI secolo a.C..

Alcuni reperti, trovati durante gli scavi per il rinvenimento del tempio, lasciano intuire che sia stato dedicato ad una delle divinità femminili, probabilmente Artemide, Persefone, o Atena. Tuttavia, il tempio fu attribuito in un primo momento al culto di Poseidone, dio del mare: secondo alcune ricostruzioni, si affacciava proprio sul canale navigabile, con il fronte orientato verso oriente come da tradizione ellenica.
Solenni e maestose, le colonne si ergono per 8,47 metri, con un diametro di 2,05 metri. Il loro fusto è costituito da più rocchi, o tamburi, sovrapposti tra loro: si tratta di blocchi di pietra dalla forma cilindrica, ricavati dal carparo, una pietra derivante dalla cementazione di sedimenti di roccia calcarea, tipica delle località marine. Lungo la circonferenza del fusto venivano praticate delle scanalature verticali, ancora ben visibili durante le ore di luce, quando i raggi del sole le colpiscono generando un particolare gioco di chiaroscuro. Il capitello è formato dall’echino, una specie di “cuscinetto rigonfio” dalla forma a tronco di cono, su cui poggia l’abaco, un parallelepipedo schiacciato che funge da basamento.

Sebbene i secoli abbiano lasciato in eredità alla città soltanto le due storiche colonne e la base di una terza, da alcuni studi è emerso che il tempio era costituito originariamente da sei colonne sul lato corto e ben tredici sul lato lungo.

Eppure, fino al 1700 i resti del Tempio Dorico di Taranto contavano circa una decina di colonne: Artenisio Carducci, nel commento alle Deliciae Tarentine di Tommaso D’Aquino, parla infatti di “dieci spezzoni di colonne d’ordine dorico”, successivamente infrante per consentire la costruzione del Convento dei Celestini. Di queste, solo una rimase a testimonianza dell’antica esistenza del tempio, letteralmente incastrata nella struttura muraria di un piccolo cortile, ed il suo capitello faceva da terrazzino ad un balcone.

Quando nel 1881 l’archeologo Luigi Viola intraprese per primo i lavori di rinvenimento del tempio, il fusto di quell’unica colonna visibile fu liberato dai vari strati di intonaco. Gli scavi permisero di rinvenire i rocchi inferiori della colonna, e di individuare il secondo capitello, completamente incastrato nella struttura del convento. I lavori di demolizione del Convento dei Celestini (divenuto nel frattempo un distretto militare) cominciarono solo nel 1902, per favorire in realtà la costruzione del Palazzo delle Poste. Quando vennero alla luce i primi blocchi di carparo del tempio dorico, dall’interruzione dei lavori nacque un’accesa controversia tra il Ministero della Pubblica Istruzione ed il Ministero delle Comunicazioni, che pretendeva un indennizzo per l’opera non eseguita e per la mancata utilizzazione dell’area. A risolvere la faccenda giunse una lettera di Mussolini, inviata a Costanzo Ciano, allora Ministro delle Comunicazioni, che rinunciò all’indennizzo e fece ergere il Palazzo delle Poste nella sua attuale sede, nel Borgo Nuovo di Taranto.

Negli anni Settanta il Convento dei Celestini, ormai in rovina, venne demolito. In quell’occasione la sovrintendenza dei Beni Archeologici recuperò le colonne all’interno della chiesa, e provvide al loro restauro conservativo, riportando alla luce l’antico splendore dell’acropoli della polis.